1. Miglior Album 2016: Luchè – “Malammore”

Il 2016 è stato un grande anno per l’hip hop italiano. Molte sono state le uscite e tra queste è impossibile non citare i veterani Marracash & Guè Pequeno con il loro primo e leggendario disco di coppia “Santeria”, la consacrazione di Salmo col suo “Hellvisback”, il ritorno di Gemitaiz con “Nonostante Tutto”, Jack The Smoker e il suo attesissimo “Jack Uccide”; e ancora: Jake la Furia con l’ottimo “Fuori Da Qui”, la “Terza Stagione” di Emis Killa, Mondo Marcio, Mistaman, E Green, En?gma e chi più ne ha più ne metta. Inoltre hanno fatto il loro esordio in “Serie A” artisti giovani e fortissimi come Izi con “Fenice”, Sfera Ebbasta con l’omonimo disco (che è riuscito nell’incredibile impresa di valicare i confini nazionali) e l’ormai consolidato Achille Lauro che con “Ragazzi Madre” alza l’asticella della qualità sonora italiana. Tuttavia in questo mare di grande e trionfante musica hip hop possiamo nominare senza rimorso un album a cui secondo noi spetta il titolo di Miglior Album del 2016. Direttamente da Napoli, una leggenda del rap italiano ha deciso di mostrare al mondo che la sua vena creativa non solo è ancora viva, ma non è mai stata più fiorente. Stiamo parlando di Luchè e il suo “Malammore”, il capolavoro che eleva l’artista campano a boss della musica italiana. Il disco è lungo e consistente ma senza stancare, come sempre il filo narrativo la fa da padrone ma stavolta il rapper si concentra molto sulla melodia, sulle sonorità. Un album piacevole, un libro in formato audio che narra la storia di un ragazzo di provincia, dei suoi dolori, delle sue sconfitte e delle sue vittorie, ottenute col sangue e col cuore.

Una capacità narrativa affascinante e una proposta sonora in gran parte del disco morbida, dolce: non esiste street credibility maggiore di chi, pur avendo un background e un’anima street, riesce a mettere in rima e in musica i propri sentimenti, le proprie debolezze. Questa è la forza di Luchè, la consapevolezza di essere uno dei più forti e potersi permettere un’apertura mentale che in pochi possono osare. Il disco è sangue su carta, si passa da odi all’amore all’esaltazione della sua disillusione, da banger internazionali a pezzi di stampo autobiografico; il tutto racchiuso in 19 tracce (Deluxe Edition) di pathos. Oltre a tutto questo contenuto il disco presenta un tappeto sonoro freschissimo e super attuale. I featuring sono preziosi e ben calibrati: Guè Pequeno (“Bello”), Coco (“Fin Qui” e “Cos’hai Da Dire”), Da Blonde (“Lo Stesso Viso”) e Baby K (“Quelli Di Ieri”). Un album da consigliare a chiunque, dal ragazzino che si avvicina per la prima volta all’hip hop al 40enne che ascolta tutt’altro genere. Un album che rende orgogliosa la musica italiana, blessings per Luchè!

2. MVP dell’anno: Sfera Ebbasta

L’MVP( “Most Valuable Player” ovvero il personaggio che più si è fatto notare nel 2016) di quest anno è senza dubbio Sfera Ebbasta. Il ragazzo di Cinisello è riuscito nell’impresa di passare in due anni da rapper emergente e di nicchia a vera realtà internazionale, il tutto in un inverosimilmente veloce susseguirsi di vittorie. Il contratto con Roccia Music, tra le etichette indipendenti più forti e selettive d’Italia, la firma del contratto con Def Jam, probabilmente l’etichetta hip hop più importante del mondo, il featuring (l’unico) nel disco di un pezzo da novanta della scena francese francese come SCH. Quest’ultimo ricambia il favore nell’album ufficiale di esordio di Sfera Ebbasta dal titolo omonimo: prima con la traccia in comune “Cartine Cartier” presente sia nell’album di sfera che in quello di SCH, poi con “Balenciaga”. Il disco, breve ma intenso, è una bomba di freschezza che fa benissimo al panorama italiano: dentro pezzi sentimentali come “Bang Bang” ma soprattutto banger incredibili come l’acclamata “Visiera A Becco” o la hit estiva “Figli Di Papà”.

Charlie Charles è la pepita d’oro del beatmaking italiano e, di pari passo col rapper, esplode con il meritato successo avuto quest’anno. E’ lui a curare l’intero disco. Sfera non si ferma qui, il tour registra sold out su sold out, i viaggi in Francia si fanno sempre più frequenti (Jo Bastard- Daddy) e il suo volto finisce sulla copertina delle migliori riviste musicali, sui notiziari, in TV, in radio: ovunque. Il ragazzo è riuscito in un anno a diventare la vera star dell’hip hop italiano: l’apripista per lo sbarco in Italia di sonorità americane e francesi, di un immaginario qua ancora inedito, e contemporanemante per l’esportazione del rap italiano in Europa. Il premio è dovuto: è’ l’anno di Sfera Ebbasta.

3. Emergente dell’anno: Tedua

In un anno, il 2016, caratterizzato dall’avvento di tantissimi nuovi volti nella scena hip hop italiana, è stato molto difficile scegliere un artista che facesse da manifesto di questa nuova generazione. Considerando Sfera Ebbasta, Ghali e Izi come ormai top player nel gioco, i nomi erano comunque moltissimi: Rkomi, la Dark Polo Gang, Le Scimmie, Vegas Jones, Laioung, per citarne solo alcuni. Tuttavia dovevamo scegliere qualcuno che rappresentasse a 360 gradi il senso di cambiamento che il 2016 ha portato con sè. Qualcuno che incarnasse le nuove sonorità moderne e sperimentali che caratterizzano l’Italia di oggi. Un artista che avesse alzato il livello dei live e dell’interpretazione spaziale del palco. Ma soprattutto un vero poeta della strada. Il cerchio si è così ristretto fino ad arrivare a Genova, Cogoleto. Il nome è Tedua, il ragazzo di periferia che durante l’anno, con il rilascio dell’attesissimo mixtape “Orange County” e decine di collaborazioni sparse per l’Italia e non, è riuscito a far parlare di sè giorno dopo giorno aumentando progressivamente una già accanita fanbase. Ma perchè tutto questo amore per Tedua? Il rapper è un personaggio vero e proprio che, a differenza di altri “personaggi”, non ha niente di costruito a tavolino e niente di radio-friendly. Quello che fa di lui un’icona, e il giusto rappresentante di questa ondata di novità, è la sua essenza come uomo e come artista, tra cui sembra non esserci molta differenza.

Tedua è un uomo vero, con i suoi pregi e i suoi difetti, e non nasconde niente. Le sue canzoni sono intrise di sincerità genuina e pericolosa, a volte prepotente, infatti stiamo parlando di hip hop, il genere più vero della storia della musica. Una voce delle persone, della classe popolare, dei palazzi. Il rapper oltre a proporre un sound nuovissimo per l’Italia, crea attorno a sè questa atmosfera di veridicità e di passione che sembra contaminare chiunque ne sfiori le frequenze. Tedua è uno scienziato del flow e sperimenta maniacalmente qualsiasi assonanza e struttura che una strofa o un ritornello possano avere. Completamente innovativo nelle sue capacità di rapper, stravolge il concetto di rima e di canzone hip hop che l’Italia faticava a superare (o meglio evolvere). Non finisce qui: il ragazzo presenta delle innate qualità di intrattenitore e comunicatore che fanno di lui un piacere per gli occhi sul palco e in video. Non c’è alcun dubbio quindi. Tedua è il Rookie of the Year.

4. Lirico dell’anno: Luchè

Il lirico dell’anno è il rapper che, più di chiunque altro, ha fatto valere le sue doti poetiche, di scrittore, di trasmissione del pathos. Un artista capace di narrare storie, vita, quotidianità. Un’abilità purtroppo rara ma che testimonia di fatto il vero senso dell’hip hop: dare una voce a chi non la ha. La vera arte dell’esporre in musica una storia, un concetto o un’idea. Quest’anno il nome è uno, meritato, senza alcuna incertezza: Luchè. Il rapper è sempre stato una delle manifestazioni italiane più forti di quest’arte, sin dai tempi dei Co Sang’. La sua capacità di espressione è miracolosa soprattutto se consideriamo l’abilità richiesta per mantenere invariata la qualità utilizzando sia l’italiano che il napoletano. Luchè quest’anno si è esposto con Malammore, disco che abbiamo premiato come il migliore dell’anno, ed ha impreziosito lavori di molti colleghi, per citarne due: “Senza Dio RMX” (Marracash & Guè Pequeno) e “Lasciarsi Andare” (Coco). Malammore è la prova di come l’artista non abbia mai perso quella vena narrativa che tanto lo contraddistingue e contiene dei brani veramente da pelle d’oca. “Ti Amo” è una storia d’amore descritta in prima persona da un uomo, legato dalle catene del suo ego e del suo mondo, che incrocia il fuoco di una donna. “Che Dio Mi Benedica” è l’esempio di come il nuovo cantautore italiano è il rapper e non ha niente da invidiare ai classici della penisola.

“Quando Non Ero Nessuno” è probabilmente il simbolo di questo premio: uno storytelling struggente, un dipinto vivido e decandente del ragazzo di periferia, in molti si potranno immedesimare in questa canzone, la reltà dell’Italia non è quella del Tg e dello show business e questo Luchè lo sa.

5. Producer dell’anno: Charlie Charles

A molti questa premiazione sembrerà banale ma così non è. La concorrenza è stata agguerrita: Don Joe, l’esplosivo Sick Luke, il futuristico Yung Snapp, il nuovo che avanza Boston George e non solo. Tuttavia l’indiscutibile talento di Charlie Charles e l’incredibile successo riscosso da ogni suo lavoro gli sono valsi la nomina a Re del Beatmaking 2016. Un pò come un Re Mida dei giorni nostri, il giovane ha fatto diventare oro qualsiasi cosa che ha toccato: “Lingerie” di Tedua è diventata la punta di diamante del mixtape di Tedua, “Sfera Ebbasta” è spopolato in tutta Europa, Ghali ha raggiunto numeri spropositati macinando record su record, Izi è diventato un volto noto in tutta Italia. Charlie dimostra la capacità di districarsi tra i pochi artisti con cui lavora senza proporre lo stesso suono. Ogni rapper che si mette nelle mani del producer è certo che avrà un identità sonora distinguibile e irripetibile. Questo grazie all’atmosfera che Charlie riesce a cucire su misura addosso a qualsiasi artista.

Così Ghali ha un’identità particolare e ben riconoscibile da chiunque altro, Sfera suona a modo suo, Tedua in modo diverso ancora e così via. Il producer milanese è inoltre stato in grado, assieme al socio di Cinisello, di esportare i propri suoni e la propria proposta al di fuori dell’Italia facendo brillare gli occhi a più di un’artista francese. La sua trap è l’esempio per tutti i giovani beatmaker che vogliono avvicinarsi a questo genere, può essere morbida e dolce ma anche prorompente e brutale. Beatmaker imparate!

6. Banger dell’anno: “Visiera a becco”


Parliamo di banger, di hit, dei tormentoni dei club, dei pezzi capaci di sfondare il collo di chi lo ascolta e far bruciare le casse di chi lo pompa in macchina o a casa. Stiamo parlando di quel tipo di pezzo che ha fermentato l’entusiasmo dei fan e contratto i loro muscoli a tempo con i battiti del beat, che ha consumato l’ugola di chi lo intona nei live. E’ stato un grande anno anche per questo: “Bello” dell’onnipresente Luchè, “Quello Che Voglio” dello scatenato Laioung, “Salvador Dalì” di Marracash & Guè Pequeno, “Sportswear” della Dark Polo Gang, “Dende” di Ghali e molti altri pezzacci hanno fatto vibrare i nostri timpani e i nostri ormoni. Quest’anno il vincitore ha dimostrato come un viral movement come il Mannequin Challenge possa sfondare anche in Italia, come un brano così spocchioso e gradasso possa trasportare le folle. Il premio va a “Visiera A Becco”, la bomba contenuta nell’omonimo disco di Sfera Ebbasta. Traccia numero 5 della tracklist, il pezzo sfodera la sua potenza soprattutto ai live dove le persone impazziscono alla sola percezione delle prime note. Un brano spietato, street, un inno alla strada e alla voglia di fuggire. La stessa voglia di evadere che sta dando all’Italia tutta questa vivacità musicale.

7. Performer dell’anno: Salmo

Il performer dell’anno è un trascinatore del pubblico, un artista in grado di travolgervi con le sue esibizioni. Non è da tutti riuscire a riproporre dal vivo la qualità di un pezzo registrato in studio. Il segreto di un buon performer sta nella capacità di dosare il fiato, usare il diaframma e mantenere così un concerto di buona qualità, senza incappare in silenzi imbarazzanti o striduli ritornelli stonati. Il maestro di questa arte è indubbiamente Salmo e lui, più di chiunque altro, merita quest’anno il premio di performer dell’anno. Il suo “Hellvisback” è stato portato in tutta Italia con un prodigioso tour degno delle migliori rockband del mondo.

Enormi folle hanno fatto registrare un sold out dietro l’altro, la band ha impreziosito l’attitudine metallara di Salmo e lo stesso rapper ha creato un’atmosfera attorno ai suoi concerti forte e energetica. Il rapper sardo è forse il miglior interprete live della penisola italiana: buon uso del palco, maestria nell’ultilizzo della voce e della respirazione, nessuna spalla chiudi rime, nessuna doppia voce. I brani vengono cantati dall’inizio alla fine e risultano identici se non migliori della versione studio. Sarà difficile spodestare il re dei palchi dal suo trono.

8. Mixtape dell’anno: “Chic Nisello”

Non sempre i migliori prodotti della discografia italiana posso essere reindirizzati ad album ufficiali. Una pratica già di uso comune in varie parti del mondo e spopolata anche in Italia è quella del mixtape. Questo non inteso come definizione vuole (progetto che utilizza basi già edite) ma piuttosto come variante all’album ufficiale. Un lavoro con basi inedite e spesso di livello altissimo che viene messo in free download. Un regalo ai fan, uno strumento per fare uscire musica senza gli impegni e gli sbattimenti che un album ufficiale può portare. Arrivando al dunque, il mixtape dell’anno è di Vegas Jones e si chiama “Chic Nisello”.

16 tracce di follia dove il rapper di Cinisello rivendica con rabbia l’appartenenza al suo quartiere e le sue potenzialità. Un ragazzo giovanissimo senza peli sulla lingua e senza paura di nessuno. Il suo comportamento crudamente sincero e alle volte ostile nei confronti della scena ha disegnato un personaggio cazzuto, artisticamente prepotente. Un’emergente che per qualità tecniche è subito catapultato nella stretta cerchia dell’elite dell’hip hop italiano, un vero prodigio. Le produzioni di Majestic, Boston George e Kid Caesar valorizzano a pieno il flow impetuoso di Vegas e ogni canzone è uno schiaffo in faccia. Il tape è imbottito di rime, metrica e punchlines come un hotdog newyorkese è imbottito di ketchup. Un progetto di questa portata in free download era un bel po’ di tempo che non si vedeva e Vegas si merita il premio.

9. PEZZO DELL ANNO: Rkomi – “Oh Mama”


Il pezzo dell’anno non è per forza quello che ha avuto maggior successo, non è quello con più views, non è quello più passato in radio. Il pezzo dell’anno è l’opera audio più densa, più potente e più emozionante. Quest’anno la corona va ancora una volta a una delle rivelazioni del 2016, un ragazzo nuovo: Rkomi. Il ragazzo, con l’ottimo “Dasein Sollen” e i suoi estratti, ha risvegliato il conscious rap italiano. “Oh Mama” è il manifesto più imponente di questo rapper: un pezzo struggente, intimo, un urlo di passione e di dolore. Rkomi si mette a nudo e grida all’Italia il suo malessere, la sua forza di rialzarsi. Descrive, su un beat da palpitazioni, la sua storia. La forza del rapper sta nel riuscire a far immedesimare l’ascoltatore in quello che rima, il pezzo ha fatto venire la pelle d’oca a chiunque, noi compresi. Un brano di cui andare fieri, come appassionati di hip hop ma soprattutto come italiani. “Oh Mama” vince la categoria di canzone dell’anno 2016.

10. Video dell’anno: Salmo – “Don Medellin”


Il video dell’anno se lo aggiudica Salmo, maestro nel genere che nel corso degli anni ha sfornato dei video uno più bello dell’altro, acquistando con la sua Machete una certa fama per quanto riguarda il videomaking. “Don Medellin” è un video suggestivo in cui l’artista sardo e la nuova arrivata Rose Villain vestono i panni di due personaggi del Far West, con tanto di cappelloni e pistole. Un contesto parodico e divertente per gli occhi, condito da un immensa qualità di immagine e di montaggio. Un vero viaggio nella creatività di Salmo che per questo pezzo non si è risparmiato. “Don Medellin” feat. Rose Villain è il video dell’anno 2016.