Provate a fare un gioco. Domandate ai vostri amici che ascoltano rap abitualmente o comunque a chi si è avvicinato a questo genere da abbastanza tempo: “Chi sono i big della scena italiana?”. Sicuramente partiranno col dirvi Guè Pequeno, proseguiranno con Marracash e Fabri Fibra e la maggior parte citerà anche Noyz Narcos e Salmo. Tutti nomi rispettabilissimi che hanno meritato col tempo questo riconoscimento. Ma altrettanto sicuramente, se ad amanti ed intenditori del genere vi state rivolgendo, sentirete pronunciare all’unisono il nome Luchè. Un nome che tutti gli artisti sopracitati vorrebbero senza dubbio nel proprio disco, lo stesso nome che a Napoli e dintorni è sacro: un artista imprenditore che ha scritto la storia dell’underground partenopeo e che ha dato mostra di una capacità di scrittura unica. Perchè Luchè è un big? Abbiamo provato a spiegarvi i motivi per cui secondo noi lo è, incentrandoci in particolare sul suo ultimo progetto “Malammore”, senza dimenticare un breve cenno alla sua carriera artistica.

Luchè davanti alle 6.000 persone del Pala Partenope
Luchè
nasce nella periferia Nord di Napoli, più precisamente nella zona di Marianella vicino Secondigliano. Si affaccia alla musica abbastanza presto e sui 15 scopre l’Hip Hop americano, grazie ad uno dei tanti mercati d’usato della sua città. Si avvicina a questo genere più da beatmaker che da rapper, lui stesso creerà una piccola stanza di registrazione dove poter produrre ed incidere. Il suo esordio musicale avviene con il collettivo Co’Sang, quando pubblicarono “Paura che passa” nella compilation “Spaccanapoli” del Clan Vesuvio. Al tempo la formazione era ancora al completo, poi i membri Denè e Dayana abbandonarono la causa ed a rappresentare i Co’Sang rimasero solo Ntò e lo stesso Luchè. In due riusciranno a scrivere una nuova pagina dell’Hip Hop napoletano, portando questo genere tra i ragazzi di periferia come non era mai successo a Napoli.

Fortemente affascinati dalla scena americana e dal suo immaginario, i Co’Sang furono un movimento di rottura nell’ecosistema musicale, sia come suono che come immagine. Tra chi li odiava e chi li osannava, l’eco di questa novità fu così grande da oltrepassare i confini del capoluogo campano per diffondersi fino al Nord Italia, dove Universal li notò e decise di distribuire il loro disco “Chi more pe’ mme”. Siamo circa nel 2006 e la visibilità del collettivo è aumentata a vista d’occhio dall’esordio nel ’97 con “Paura che passa”. Tempo poi di far uscire un nuovo album dal titolo “Vita bona” (2009) e di pubblicare il tape “Poesia cruda” (2010), che nell’inverno del 2012 il collettivo si sciolse, lasciando un segno indelebile nella storia dell’Hip Hop italiano.

Luchè e Ntò sulla copertina del noto mensile "Rumore"
“Rumore”, mensile dedicato alla musica alternativa, dedicò la sua copertina ai “Co’Sang” nell’edizione 168

La rottura dei Co’Sang fu un duro colpo per Luchè: in primo luogo perché era un progetto in cui aveva fortemente creduto ed in secondo luogo perché una buona parte del pubblico addossò a lui le colpe di questo scioglimento. Le critiche piovvero da tutte le parti e Luchè provò a metterle a tacere con il suo progetto solista “L1”: fu un cambio netto rispetto agli album dei Co’Sang. Luchè cominciò a variare i temi dei suoi brani; l’immaginario street della cruda periferia di Napoli, se pur sempre presente, fece spazio a racconti di nuove esperienze di vita e storie d’amore, spesso anche con l’ausilio dell’italiano al posto del dialetto. In molti non apprezzarono questo cambio di rotta e criticarono aspramente L1, ma l’artista campano piacque particolarmente ai suoi colleghi, in particolare a Marracash che decise di offrirgli un posto in Roccia Music. Bisognoso di un riscatto, Luchè accettò e l’anno seguente pubblicò “L2”. Anche a questo giro non mancarono le critiche, ma i consensi furono nettamente maggiori ed il pubblico cominciò a capire l’esigenza di spaziare da un tema all’altro, usando sia l’italiano che il dialetto. D’altra parte pezzi come “Tutto può succedere” e “Lieto fine” sono innegabilmente di ottima fattura e dai suoi testi emergono doti sempre più sbalorditive.

Ed eccoci arrivati a “Malammore”, il suo terzo e ultimo album solista ad oggi, pubblicato il 16 Luglio 2016 per Roccia Music e Universal. Ad anticiparlo ci sono stati i video estratti di “Il mio nome”, “O’ primmo ammore” (brano inserito in Gomorra) e “Che Dio mi benendica”, oltre agli official audio di “Quando non ero nessuno” e “Bello” (feat. Guè Pequeno). Addentriamoci meglio dentro questo progetto, analizziamone gli aspetti più rilevanti, cerchiamo di capirne l’essenza. La premessa è solo una: ad oggi, “Malammore”, è senza dubbio l’album più riuscito di Luchè.

BEN OLTRE IL NEMICO IMMAGINARIO

Uno degli aspetti più affascinanti di Luchè, ed in particolare di “Malammore”, è il suo modo di fare autocelebrazione. Se pur ritenga che un rapper debba considerarsi il migliore per fare questo tipo di musica, la sua autocelebrazione non è solo esercizio di stile. O meglio, lo è sicuramente, ma elevato ad un livello superiore, con un’identità unica. Ascoltando pezzi come “Violento” oppure “Bello”, senza dimenticare “Il mio nome”, si percepisce fin da subito come le sue motivazioni siano ben più forti del classico nemico immaginario. Il passato tra le periferie di Napoli, il riscatto sociale che questo ha comportato, una vita da self made nel mondo imprenditoriale ed i sacrifici di quest’ultima, sono tutte ispirazioni extramusicali che però Luchè riversa nella sua autocelebrazione. La particolarità che lo differenzia dalla scena è come ad ispirarlo, salvo alcuni casi, non sia il Rap Game, bensì gli insuccessi e le difficoltà della vita, che mischiati alla sua geniale capacità di scrittura danno vita ad un’espressione potente ed unica, di classe e grezza allo stesso tempo. “Malammore” ne è pieno di esempi, rifatevi gli occhi: “Ti darei la mano ma il mio anello è troppo grosso”, “Ringrazio Dio per averlo grosso, c’è così tanta gente sopra ma c’è ancora posto”, “Tu al collo hai due collane, io al collo ho le sue gambe”, “Appena iniziai a parlare dissi ho fame, se parliamo di mattoni ho un’agenzia immobiliare” e per concludere:

Non male per chi scavalcava per vedere la partita, da 20 euro al giorno a 20.000

C’È CHI PARLA DI DONNE E CHI CON LE DONNE

Se da un lato “Malammore” presenta questa faccia molto spaccona, dall’altro ci riserva alcuni dei testi d’amore più belli degli ultimi anni. Questo è infatti un disco vario, ascoltandolo è dura annoiarsi e sicuramente i pezzi lovely sono una delle componenti più di rilievo. Ancora una volta Luchè dà sfoggio della sua capacità di scrittura, affinandola nel tempo e rappresentando ad oggi una delle penne più mature ed ispirate d’Italia (non solo nella scena Rap). Luchè parla di un amore maturo, un amore che non è sicuramente alla portata di un pubblico giovanissimo, ma che dà comunque sempre uno spunto in cui potersi rivedere. È magnifico come si passi da rime di impatto come quelle di “Violento” o dei pezzi in dialetto, a brani d’amore come “Ti amo” e “Quelli di ieri”, dove il rapper campano mostra tutte le sue fragilità. Spesso si nota la contrapposizione tra un Luchè schivo, quasi duro in amore, ed un Luchè più affettuoso e dolce. Un dibattito che emerge da frasi come “Andiamo a cena fuori una sera di Novembre e se non hai tempo scordami per sempre, sai che non chiamo due volte” fino a “Ma c’è un motivo per cui amo e non si spiega, lo si legge nella urla, lo si legge nei miei pianti, nei rimpianti, quando manchi”. L’amore è quindi una parte fondamentale dell’ispirazione di Luchè, del resto basterebbe una sua frase per racchiudere questo pensiero:

C’è chi parla di donne e chi con le donne, io le amo, io le venero come Madonne

I TESTI

Come abbiamo spesso ripetuto, uno dei pregi più lodevoli di questo artista è la sua capacità di scrittura. È innegabile, come, ascoltando “Malammore”, questa sua dote sia portata ad uno step superiore rispetto ai suoi precedenti lavori e come questa appaghi nella sua totalità. Dei testi di Luchè si potrebbe analizzare una serie di aspetti, per lo più tre. In primis è giusto evidenziare come le sue punchlines siano sempre ricercate e originali, è infatti facile rimare impressionati più volte in un solo brano. Questo è frutto sicuramente delle sue esperienze di vita, per dirne una è dal 2002 che Luchè fa avanti e indietro tra Napoli e Londra, città dove ha aperto due attività (la pizzeria “Bravi Ragazzi” e l’hamburgeria “Daddy Buns”). Ma questo è solo un esempio. Del resto è anche vero che Luchè è molto lento a scrivere come lui stesso ha dichiarato, dunque è netta la ricerca di parole precise che rendano al meglio un concetto. Il secondo aspetto importante da evidenziare è come la sua scrittura non prescinda dal flow o dalla strumentale. Per dirla con parole semplici: metrica, sound e testo sono sempre ad altissimi livelli. Infine il terzo aspetto rilevante è la scelta del dialetto al posto dell’italiano e viceversa. Luchè ha ormai una perfetta padronanza di entrambi ed il fatto che tutti e due lo affascinino e lo divertano nello scrivere, porta sempre ad un ottimo risultato. Il rapper campano ha convito il suo pubblico che anche rappando in italiano può spaccare e, libero da questo vincolo, oggi riesce a variare assicurando sempre qualità.

TUTTI VOGLIONO IL MIO SOUND

Ed arriviamo al sound di Luchè e del suo disco “Malammore”. Tempo fa in un articolo su alcuni rappers francesi avevamo paragonato Luchè a Nekfeu. Ora, per chi non conoscesse questo artista il nostro articolo a riguardo potrà darvi qualche informazione, ma quando abbiamo fatto questo paragone intendevamo soprattutto un particolare: entrambi i sound dei due artisti si potrebbero definire ambient, un concetto riassumibile semplicemente dicendo che i loro suoni evocano delle atmosfere che sembrano trasportarti da una parte del mondo ad un’altra. Questo nella musica di Luchè è un aspetto fondamentale, perché è lo stesso beat a dargli la giusta ispirazione per scrivere. Certo, capita di appuntarsi frasi un po’ ovunque, ma se il beat non dà la scossa giusta la penna non parte. Allora Luchè ha bisogno di un sound unico, sia che gli permetta di riconoscersi e differenziarsi, sia che gli possa dare la scossa di cui parlavamo. Per far ciò, come è capitato in “Malammore”, spesso produce lui stesso dei brani, ma la gran parte delle volte lascia che a realizzare le sue idee sia D-Ross, producer che lo affianca ormai da anni. Il risultato è davvero incredibile, “Malammore” a livello di sonorità è impeccabile e la cura con cui ogni strumento fa la sua parte crea atmosfere uniche e travolgenti. Del resto lo dice anche lo stesso Luchè in “Per la mia città”:

In questa scena sono il capo, Hugo Boss, tutti vogliono il mio sound e chiamano D-Ross

Questi aspetti che abbiamo evidenziato di “Malammore” sono  quelli che per noi dimostrano il vero valore di Luchè, ma è chiaro come questo progetto nasconda altre mille sfumature tra i suoi versi. In un periodo storico dove gli album durano meno di un mese, dopo di che tutto viene resettato, Luchè a distanza di un anno riesce con questo album a suonare ancora fresco e innovativo, ma soprattutto a rimanere nella memoria di chi lo ha ascoltato (cosa non da tutti). D’altra parte parliamo di un artista visionario, un artista che già sette anni fa anticipava la new wave di oggi con il brano “So frisc”, in cui rappava così: “Vesto Gucci, Prada e Fendi, i miei Jeans non sono Baggy”.

Per un modo di scrivere unico in Italia, per una mentalità aperta e futuristica, per il perfetto connubio tra contenuti, flow e sonorità, per la tenacia con la quale si è fatto leader di se stesso: ecco perché Luchè è uno dei rapper più importanti di sempre.