“Non fare il grosso ricorda che a fare ‘sta roba sono tuo padre” rappava Guè in “Erba Del Diavolo“. Un tema ripreso anche nella più recente “Mimmo Flow“, in chiusura della prima strofa con la frase “Sono tutti figli miei”.  E non ha torto Guè Pequeno, il padrino del rap italiano.

Professionalmente sulla scena da 10 anni, e con altrettanti di gavetta, etichette indipendenti e mixtape alle spalle, Guè Pequeno ha sempre dimostrato di dettare le linee guida di questo genere. Ha alzato l’asticella del rap game, anticipando i tempi e continuando a restare sulla cresta dell’onda. E mentre gli altri scompaiono, lui c’è e vince sempre. Guè è il padrino di questa scena, e in effetti in un parallelismo tra rap e filone gangster sarebbe senza dubbio il capo famiglia in tuta a cui tutti gli affiliati portano rispetto e saluti. Una figura carismatica da emulare e a cui ispirarsi.

L’album “Gentleman” (il quarto da solista), sta correndo verso il doppio platino, un risultato straordinario che lo piazza senza alcun dubbio tra i big della musica italiana. Non è per nulla facile trovare un artista come lui, con il suo background e con uscite discografiche che puntualmente arrivano in cima alle classifiche. Lui lo fa da 10 anni, e ad ogni uscita è sempre fresco, originale, come fosse la prima volta.

Oltre al talento innato per le rime, la qualità più grande di Guè sta nell’intelligenza di sapersi muovere in campo musicale e non solo. Conosce a fondo il rap e sa cosa succede all’estero prima che le influenze raggiungano l’Italia con anni di ritardo. Guè suona internazionale e non è un caso se con il rapper francese Booba ha tanti punti in comune. Sia a livello di percorso artistico, sia a livello di immaginario di riferimento. Paragone per niente esagerato se si conoscono i due artisti, con l’unica differenza che il golden boy lavora in Italia con tutti i limiti che il mercato discografico comporta.

La sua credibilità è così solida che è difficile che qualcosa possa comprometterla, tutti lo supportano, rispettano e apprezzano. Chi per le rime che riesce a incastrare dopo anni e anni di pezzi storici (uno dei suoi punti di forza è proprio la cura delle liriche, delle metafore, del lessico e l’uso di citazioni). Chi per il fattore puramente estetico, del resto Guè si è sempre contraddistinto per lo stile, anticipando anche in questo ambito l’uso di determinate marche, di modelli di occhiali e di gioielli. Chi per il suo atteggiamento schietto e controverso che in mezzo a inutili polemiche ha consacrato il suo personaggio. Chi per il suo carisma, la sua personalità e il suo approccio verso il lavoro, attraverso una mentalità imprenditoriale da cui prendere esempio.

Pequeno riesce sempre ad apportare novità musicali: se con “Vero” aveva dato una svolta più rap al disco, con “Gentleman” ha mischiato sonorità reggaeggianti con la trap. Ha fatto un disco senza troppi fronzoli, diretto com’è nel suo stile, ribadendo che lui c’è e non vuole abdicare il trono. Del resto può rappare come vuole. La trap non è di certo una novità per lui, infatti il singolo “Il ragazzo d’oro” (2011) era già trappeggiante. Era già avanti, come lo è stato Guè nell’utilizzare produttori francesi o esteri per le proprie basi, la band sul palco, i riferimenti allo star system nei suoi brani e altre tematiche di cui lui ha sicuramente il copyright.

Se vuole fare una hit trap tira fuori “Lamborghini“. Se vuole fare una hit reggaeton chiama El Micha, un grosso artista cubano. Non sbaglia mai un colpo. E dopo il successo senza precedenti di “Santeria“, in coppia con Marracash, non era facile continuare o addirittura migliorarsi. Sono gli altri che si adattano a lui. I suoi colleghi, giovani e non, prendono spunto dalle sue mosse e lo vogliono nei propri album, come nel caso di Laioung, DPG e Ernia. E per adesso non sembra esserci nessuno in grado di poter scalfire il talento di Guè Pequeno. Il padrino del rap italiano può continuare a dettare legge.

by Jhonny Lucania