Lo scorso 23 Novembre è uscito “Most Hated”, il nuovo album ufficiale di Jamil. Anticipato dagli estratti “Trap Baida” e “OK”, il progetto vede in tutto 10 singoli con i featuring di J-Ax, Vacca, Lbenj e Laioung. Abbiamo allora deciso di raggiungere lo stesso Jamil telefonicamente, chiacchierando con lui del disco e di tanti altri temi. Abbiamo parlato della sua evoluzione come artista, di razzismo, delle caratteristiche della scena italiana e di quello che manca ancora al nostro settore. Ecco le nostre domande per il rapper più odiato dell’Hip Hop italiano.

  • È passato ormai un mese dall’uscita di “Most Hated”, sei soddisfatto della risposta del pubblico? È arrivato il concept dell’album?

Sì, sono contento. I miei fans sono i migliori che esistano, capiscono il mio viaggio e cresciamo insieme, una vera e propria crescita collettiva. Siamo tutti Baida Army. I contenuti sono stati apprezzati, le tracce che dovevano arrivare al pubblico sono arrivate: penso che tutti abbiano capito i temi trattati in “Most Hated”, dal razzismo, per esempio, a come incanalare la rabbia nello sport.

  • Si può quindi dire che quello di “Most Hated” è un Jamil impegnato a livello sociale e morale?

Certo. Ormai ho 27 anni, non voglio guardarmi alle spalle e vedere solo brani in cui non ho detto niente, tracce senza contenuti come quelle di altri miei colleghi che hanno 40 anni e hanno una carriera di pezzi sulla coca dove non dicono un cazzo. Voglio trasmettere messaggi.

  • Come hai strutturato il processo creativo dell’album?

Ho registrato tutto l’album a Verona. I pezzi li ho scritti nell’arco di 2 anni, in genere se un singolo mi piace e sento che è bello non ho la smania di cacciarlo fuori subito. Lo stesso brano con J-Ax me lo sono tenuto per parecchio tempo, nonostante era un bel po’ che si sapeva della nostra collaborazione. Sono uno molto paziente, quando mi sento di avere le 10 tracce giuste che compongono un album, allora inizio a preparami per uscire. In mezzo a tutto questo ci sono mille passaggi, tra cui uno di cui sono molto orgoglioso: l’arrangiamento di tutti i singoli del disco è stato curato da me e Jaws, è una cosa che mi piace curare al massimo, così da cucire il beat attorno alla mia voce nel migliore dei modi.

  • E il featuring con Lbenj in “Come la Francia” com’è nato?

È l’unico feat che è stato costruito a distanza, non ci siamo ancora mai visti purtroppo, per ora solo messaggi e videochiamate. Ora stiamo già lavorando ad una seconda collaborazione, mi ha chiesto di lasciargli una strofa per un suo progetto.

Abbiamo intervistato Jamil su Most Hated e tanti altri temi

  • Questo multiculturalismo tuo e dell’intera Baida Army, quanto pensi sia importante nel momento storico attuale per l’Italia e il Rap italiano? Pensi possa essere un incipit, una sorta di scossa per chi ascolta?

È importantissimo. Ci sono tanti rapper che prima di me hanno provato a fare quelli “multietnici”, però alla fine dicono di esserlo solo nelle canzoni, perché poi nei video non hanno niente di multietnico. Sono sempre i soliti quattro bianchi, allora non dire che sei multietnico. Nella mia crew siamo tutti di nazionalità diversa, che poi sono proprio quelle che nomino nel pezzo con J-Ax. Il nostro multiculturalismo può essere un insegnamento per i ragazzi. Verona, che è sempre stata riconosciuta come una città razzista, adesso sta cambiando, i giovani per strada sono di tutti i colori. Noi per primi nei video ci approcciamo mostrandoci tutti uniti, qualsiasi sia l’età o il colore. Ti dirò, è quasi diventato figo essere straniero. Non voglio prendermi tutti i meriti, è stato un qualcosa di collettivo dell’Hip Hop, però molti ci hanno marciato sopra fingendo.

  • Quindi su Verona hai avuto un’impatto sociale molto forte da questo punto di vista.

Sì, però ci tengo a sottolineare come sia nato tutto molto spontaneamente, essendo semplicemente me stesso. Magari gli altri vogliono fare i personaggi politicamente parlando, io invece sono proprio così. Il mio migliore amico è di colore, tutti i giorni andiamo a mangiare al ristorante in posti dove ci guardano come fossimo ladri, ma alla fine ci sta che abbiamo più soldi noi che loro. Il razzismo me lo vivo davvero tutti i giorni, come  me lo vivevo alle medie quando mi davano del persiano di merda. Non mi sono messo a tavolino e ho deciso che messaggi dare in “Most Hated”, mi è uscito tutto spontaneamente guardandomi attorno. Questi temi spesso vengono strumentalizzati per fare del buonismo, ma io non l’ho mai fatto, è nato tutto da sé lavorando in silenzio.

  • Cambiando completamente discorso, secondo te la scena Hip Hop italiana, a livello musicale, di strutture, di settore, com’è posizionata nel contesto europeo? Siamo ancora molto indietro rispetto a paesi come Francia e Germania o invece ci stiamo arrivando?

Sicuramente siamo ancora un po’ indietro, però ci stiamo arrivando. Ci sono artisti in Italia che fanno grandi numeri come quelli esteri, tanto di cappello per loro. Piuttosto aggiungerei che in Francia, Germania e America hanno uno stile ben definito, noi invece siamo un misto di tutti gli stile altrui, è questo il brutto. Quelli che sono adesso i più grossi sono la copia di un americano. A livello di numeri appunto ci siamo, ma siamo indietro nel definire uno stile solo nostro, che secondo me potrebbe essere anche simile a quello francese, vista la vicinanza geografica, ma non a quello oltreoceano visto che in Italia di America non c’è nulla. Perché fare gli americani, facciamo gli europei piuttosto. Qua ci sono i palazzoni, ma non abbiamo certo le Cadillac. Siamo troppo influenzati. Metti che magari un americano si ascolta un italiano e scopre che lo sta copiando, che figura ci fai fare. Soprattutto per quelli più grossi. I francesi non fanno così, fanno la loro roba in tuta e spingono il loro stile, non si sono messi a swaggare. Noi invece ci mettiamo a fare cose tipo gettare i soldi a terra, che ci sta eh, non voglio dire che uno che ce l’ha fatta non possa ostentare, però…

  • Tornando al disco, ultimamente vanno molto le riedizioni. In questo senso, la scelta di fare 10 tracce implica che in futuro ci saranno delle bonus-track o ritieni che “Most Hated” si racchiuda solo in questi 10 brani?

Bella domanda, ci riflettevo proprio in questi giorni. Quando è nato il tutto ho pensato di fare 10 brani perché pensavo alla qualità e non alla quantità, magari farne di più e farne altrettanto bene sarebbe stato impegnativo. Però adesso prendersi del tempo per fare una deluxe edition non sarebbe una brutta idea, così da uscire che so tra sei mesi con 5-6 tracce fatte bene. Così manterrei vivo anche l’album, essendo uno che esce con un progetto ogni due anni. Non lo farei però per dinamiche discografiche, quelle le guardo poco, piuttosto seguo il cuore. Non è una questione economica, voglio dare al pubblico un bel prodotto. Magari da piccolo ero più grezzo e facevo 20 tracce, poi crescendo ho capito che era meglio fare quei dieci pezzi ma con i messaggi che sto cercando di dare. Anche perché poi rischi di essere ripetitivo, di perderti. Ancora quindi non so se farò una riedizione, ci sto pensando.

Abbiamo intervistato Jamil su Most Hated e tanti altri temi

  • Ti sei già fatto un’idea di quelli che saranno i brani dell’album più cantati ai live? Come saranno strutturate le esibizioni?

“Most Hated” e “Trap Baida” immagino, sono le più hot. Ma tutte comunque sono state strutturate per suonarle live, in modo da fare una bella esibizione da mezzora, quaranta minuti, così da arrivare con i pezzi vecchi anche a un’ora abbondante di concerto. Abbiamo scartato i dj set per il momento, tanto per ribadire quanto me ne frega dei soldi, preferisco fare sei concerti fatti bene, nelle città giuste. Piuttosto uno si prende il treno e si godrà una bella serata da un’ora e mezza, invece di vedermi venti minuti fare 3 pezzi in una discoteca.

  • Così facendo credi venga valorizzato di più il tuo lavoro di artista?

Esatto. Ormai è diventato tutto un fare foto. A me gli in-store non piace granché farli, perché ho scelto di fare musica non il modello. Capisco ovviamente, con tutto il rispetto per i fans, che magari quello è l’unico momento in cui possiamo stringerci la mano e star vicini, tant’è che gli in-store li faccio per questi motivi, solo per loro. Ma di certo non ho iniziato a fare musica pensando agli in-store, ero piuttosto proiettato sui concerti.

  • Secondo te, “Most Hated” inteso come brano, è un po’ la traccia manifesto di Jamil e della sua carriera in generale?

Certo. È la mia traccia preferita in assoluto, quella più personale, appunto quella che mi rappresenta di più. È l’ultima che ho scritto dell’album, quella in cui mi sono impegnato di più. Mi ricordo che dicevo a Jaws che volevo un pezzo che partisse piano, che poi salisse, era da tempo che volevo farla. C’ho messo tanto a trovare la base giusta e poi il pezzo è nato in un mese. L’ho scritto e riscritto perché ogni frase doveva essere perfetta, non freestyle.

  • E a livello di produzioni appunto, quali fattori hanno contribuito alla creazione del sound di “Most Hated”?

Non abbiamo avuto nessuna influenza, abbiamo creato un suono io e Jaws che vuole essere un Rap-Trap, magari appunto basi Trap ma con strutture più lunghe, dove le strofe non sono da 8 barre ma da 24 tipo “Trap Baida”. Così viene fuori un pezzo Rap con sonorità Trap. Era un po’ questo il risultato che volevo, anche perché sono sempre stato trasgressivo, al tempo facevo “King del bong” e ora si bevono la codeina. Non sono mai stato uno tipo Bassi Maestro o Sangue Misto, con tutto il rispetto, non sono mai stato su quel filone. Quando sono uscito con i video con i bong non lo faceva nessuno in Italia, era una roba che penso Bassi non guardasse con piacere e non lo dico per mancare di rispetto, semplicemente per rendere il concetto.

  • Proprio in questo senso, già al tempo con l’uso dei bong pensi di essere stato importante nel Rap italiano a livello di provocazione, per capirsi un artista di rottura?

Quello sicuramente, ho dato spazio ai video più street possibili, credo fossi l’unico che usciva con una certa tipologia di video.

  • Jamil è uno dei capostipiti del filone street del Rap italiano?

Sì, del filone street sicuramente. Non voglio prendermi i meriti della Trap e basta però, perché sono sempre stato anche Rap. Adesso tutti parlano di strada e dicono cose che io già dicevo al tempo. Forse neanche Vacca all’epoca era così street nei suoi testi e io pur essendo al suo fianco facevo comunque la mia roba, anche quando lui spaziava sul raggae per capirsi. Ognuno ha sempre fatto la sua musica e siamo sempre andati a braccetto. Per intenderci sono stato il primo a mettersi gli occhiali bianchi di Kurt Cobain e quando li mettevo Vacca mi diceva che sembravo uno scemo (ride ndr). Oggi il rapper più famoso d’Italia li indossa.

  • Riguardo alle nuove generazioni invece, c’è qualcuno che ti sta piacendo particolarmente?

Ti faccio i nomi di Oni One, Dium e 500 Tony. Mi piace dare una mano a persone che magari hanno numeri più bassi dei miei, ma con cui sono molto amico e in cui vedo una bella storia e qualcosa da raccontare. Cerco di mettere il mio per dare una mano nel loro percorso, così come altri hanno fatto con me, vedi Vacca. Non faccio collaborazioni calcolando i follower, le faccio di cuore.

 

  • Sei diventato un rapper di Serie A contro tutto e tutti. Quanto è importante la convinzione per un artista, lo sbattersene dell’opinione, del settore che ti rema contro e di tutte le dinamiche di questo tipo?

Non devi essere sensibile sennò sei fottuto. Alcuni lo sono e così ripensano a tutto quello che leggono su internet. Dipende da che carattere hai, io non gli do peso, mi ricordo solo delle cose positive. Perché mi dovrei soffermare sugli insulti? Hanno sempre provato a buttarmi giù, anche quando magari ho sbagliato, vedi lo schiaffo mollato a quel ragazzo, nei miei confronti ci sono sempre andati più pesante che con altri. Gli stessi manager hanno provato a tagliarmi fuori, così come alcune rilevanti pagine Instagram sul Rap. Non postano niente sul mio album, neanche la tracklist e poi dieci giorni dopo l’uscita del disco fanno un post parlando di dissing.

  • Si parla spesso di rapper che devono fare da modello ai ragazzi. Tu in particolare, con la tenacia e la convinzione con cui non ti sei mai piegato, in questo senso puoi essere proprio un modello da seguire?

Ci sono vari lati positivi in ogni persona, uno non può averli tutti. Io sono uno che non si arrende, ma in altre cose ho sbagliato, per esempio sono una testa calda e a volte si creano problemi inutili. Bisogna prendere gli spunti positivi. Di me si può apprezzare che sono uno che non si arrende, che fa di testa sua, sono sempre stato indipendente, non ho mai voluto seguire la moda e credo che questo inizi a ripagare. Bisogna dare alle persone il tempo di capirlo, non è una cosa che comprendono subito. Penso che da un certo punto di vista il cantante non sia il modello da seguire. Ma ad un certo punto, se ci si accorge che il pubblico è vasto e fatto di tanti minorenni, bisogna mettersi una mano sulla coscienza e iniziare a dire qualcosa di buono. Ma non perché dobbiamo essere modelli, semplicemente perché ascoltano più noi che gli altri tanto vale dare l’esempio.

  • Domanda iconica che non ti si può non fare: il beef con Noyz è uno dei più importanti di sempre in Italia?

Sì, sicuramente assieme a quello tra Fibra e Vacca. A me dispiace che ad oggi ho più rispetto per Fibra, che si è messo in gioco, ha riposto con più canzoni ed è venuto fuori un bello scontro appassionato. Anche il mio con Noyz è stato figo. Con “Mike Tyson” ho fatto la risposta del secolo, in cui ho tirato fuori un argomento caldo che nessuno si aspettava, però dall’altra parte il mio avversario aveva una canzone pronta, ha cambiato l’ultima frase e ha cavalcato l’onda, una cosa un po’ infima. Quindi a sto punto meglio il diss tra Fibra e Vacca, è stato più figo, tutti e due hanno dato il 100%. Anch’io ho dato il 100%, Noyz invece non ha dato un cazzo e secondo me ha fatto la figura dello sfigato. Anche se sono più piccolo, se uno ti fa fare una figura di merda così, facevi meglio a rispondere. Si vede che lui non aveva le carte in regola per rispondermi con le rime, come magari Fibra e Vacca hanno fatto. Io ho sempre detto che Noyz è scarso. C’ha 40 anni, non ha detto niente, non ha lasciato niente, solo pezzi sulla droga tutti uguali, stesso flow e non sa fare i ritornelli. Nel suo album tutti i feat fanno i ritornelli perché lui non è capace. Non ha contenuti. Questo è quello che penso.

  • In molti bramano un nuovo progetto collaborativo tra te e Vacca: nel 2019 può accadere?

Nel 2019 no, ma mai dire mai, magari è una cosa che succederà. Ora come ora è più possibile esca una deluxe edition di “Most Hated”. Ad ogni modo noi ci sentiamo tutti i giorni. Siamo molto più amici di quanto la gente pensi. Se ti dico che lui è mio Papà lo è veramente. Mi sta dietro, mi chiede come sto, come va a casa. Ci sentiamo molto, ci confidiamo, parliamo delle nostre cose. Come Padre e Figlio insomma. La gente ha la smania di vederci insieme giustamente, ma noi ad ogni modo lo siamo tutti i giorni. Quindi dico a tutti di stare tranquilli che prima o poi capiterà anche questo.

  • Chiudiamo chiedendoti se “Most Hated” è il tuo miglior album. E perché.

Ogni album che faccio penso sia il più bello. Cerco sempre di dare di più del disco prima. Quindi ti dico di sì, è il mio miglior album. Se mi chiedete il perché, vi rispondo dicendo che è quello con più messaggi, quello che più si può definire un disco Rap, quello che veramente merita di essere ascoltato. Gli altri sono sempre stati album tecnici, di rappresentanza, ma non ho mai dato tanto quanto in questo.

  • Si può dire che è un po’ il giro di boa, la chiusura di questa fase di carriera che dà un sunto di quello che vuoi trasmettere?

Esattamente. Sono arrivato a questo punto facendo un certo tipo di roba, ora giro e voglio tornare indietro in maniera diversa, ma è sempre lo stesso percorso, sempre le stesse acque.

 

Ringraziamo Jamil per la disponibilità e vi invitiamo ad ascoltare “Most Hated” se non lo avete ancora fatto. Trovate alcuni brani anche all’interno della nostra playlist Spotify HHT RADIO.

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