Drone126 è uno dei produttori più interessanti del nuovo panorama urban italiano. Il giovane romano è uscito il 22 febbraio con il suo primo album “Cuore Sangue Sentimento” per Asian Fake che raduna tutto il collettivo 126, con qualche ospite d’eccezione come Gianni Bismark e Chicoria. Gli 11 brani del progetto si rivelano sfumature di un’unica atmosfera, visionaria e contaminata da diverse influenze. Lo abbiamo contattato per chiedergli un commento su ogni brano del disco.

“Quando ho conosciuto Franco era un ragazzino scontroso che vestiva esclusivamente felpe nere con il cappuccio. Con questa traccia volevo riportarlo a quello stato mentale, a quel momento in cui abbiamo scoperto questo genere musicale che tanto ha segnato le nostre vite. Per questo mi piace che il disco cominci con “Poggio la bottiglia vuota sul tettuccio, tiro su il cappuccio“, penso sia un ottimo modo di impostare il “mood” del progetto. Ovviamente spero sempre che la mia musica arrivi a più gente possibile, ma quando produco il target che ho in mente è ancora quello: il ragazzino o la ragazzina con il cappuccio alzato e le cuffiette nelle orecchie.

La cosa che mi piace di più del lavorare con Sean è la sua disponibilità a sperimentare tanto a livello di suono quanto a livello di testo. Avevo questo campione hollywoodiano che tagliato e loopato in maniera ossessiva e penetrante produce un effetto ipnotico che si sposa bene con l’esuberanza e l’energia di un Solero più scatenato che mai. Nel suo delirio di onnipotenza passa senza difficolta da sgangherati riferimenti a icone pop, al gelato del bar San Calisto, noto per essere l’unico a Roma a costare ancora solo un euro.

In questa traccia Ketama gioca con quello che secondo me è uno degli aspetti fondamentali tanto dell’hip hop quanto del periodo storico che viviamo: la contraddizione. Il suo rapporto con il denaro è schizofrenico: da una parte è uno strumento di emancipazione che legittima ed eleva il percorso professionale, dall’altro è una continua fonte di stress e di dipendenza che tiene anche l’artista più ispirato saldamente legato alla dimensione più gretta e mondana della vita e della società.  Proprio per sottolineare il legame ritualistico, quasi religioso che lega ognuno di noi al denaro, volevo dare al beat un carattere “mistico“, quasi tribale, usando ancora una volta un campione indiano.

Con questa traccia ho voluto riportare in voga la “posse track“, un formato che mi è sempre piaciuto e del quale, a mio avviso, non ci sono abbastanza esempi nel panorama contemporaneo. Per quanto riguarda il beat ho cercato di mischiare sonorità trap a una ritmica più prettamente hip hop, per permettere a ogni componente della gang di scegliere il flow e l’approccio che preferivano.

In fase di stesura ci riferivamo a questo pezzo come “la ballata di bebbo (soprannome di Ugo Borghetti)”. Rappresenta la personale discesa negli inferi di un individuo che ha scelto di voltare le spalle alla società e si ritrova vittima dei propri impulsi, che lo sballottano come una bottiglia vuota di peroni nelle torbide acque del Tevere. Il quadro è completato dal ritornello, nel quale Franco si cala nei panni di Ugo per descriverne il dramma e le tribolazioni, aggiungendo una nota melodica e poetica e creando un ponte con un certo cantautorato popolare, che da sempre da voce a emarginati e disperati di ogni sorta.

Ho steso il beat di “Polibusatore insieme a Ketama. Volevamo fare un “banger” trap che funzionasse bene nel club ma con una nota marcia, rancida. A livello di contenuti rappresenta un po’ l’antitesi di Spigoli: un inno al bisogno di alienazione e di anarchia caratteristico soprattutto del punk, e che oggi trova sfogo nel rap, che pur essendo diventato il genere mainstream per eccellenza è ancora uno dei pochi a permettere una libertà espressiva radicale e priva di compromessi. Attenzione però, al di là delle esaltazioni momentanee, la vita del poliabusatore è comunque una via crucis piena di dolore e rinunce; ne sanno qualcosa anche gli autori di questo brano.

Quando ho composto la strumentale di “Non a me” ero alla ricerca di un suono più emotivo e melodico di quello che uso di solito. In generale io sono uno che campiona, ma in questo caso ho suonato personalmente tutti i synth, scegliendo comunque suoni che avessero un carattere distorto e per certi versi “amatoriale”. Mi fanno pensare a quelle tastiere elettroniche per bambini che col tempo finiscono per suonare sempre più logore e consumate (pensandoci adesso è anche un po’ un’analogia di quello che crescendo è successo a tutti noi). Oltre alle strofe spaziali di Solero e Ketama, delle quali amo soprattutto i riferimenti al nostro passato (Via Giulia è dove si trovava il nostro liceo) e ad artisti leggendari del passato (“Non sono una signora” è ovviamente una citazione della Bertè, mentre “Non prendevamo la sola” è un rimando a Rino Gaetano), il valore aggiunto della traccia è dato sicuramente dalla 16 di Gianni Bismarck, uno dei rapper più forti a livello nazionale ma anche un fratello per ognuno di noi, una sorta di membro onorario della 126.

Con “2008” ho voluto fare un tributo alla musica con cui sono cresciuto. Quell’anno è nata la 126, inizialmente come goliardico prodotto della noia e della spensieratezza che caratterizzava le nostre giornate, fino a diventare l’incubatore artistico del quale ormai, nel bene o nel male, parlano un po’ tutti. La musica di Chicoria ha segnato ognuno di noi in un modo o nell’altro, è semplicemente uno dei simboli del rap romano. Credo che se non avesse mai scelto di rappare, molti dei dischi più significativi usciti da questa città negli ultimi 10 anni sarebbero profondamente diversi.

È la terza volta che metto Ketama su una produzione boom-bap (prima c’erano state “La bocca della verità” e “4:20” con Franco) e devo dire che in ognuno dei casi le tracce che ne sono uscite sono tra le mie preferite di sempre. È uno stile senza tempo che forse è arrivato il momento di rispolverare e contaminare con elementi moderni, dall’autotune al flow terzinato.

Per come li vedo io Franco e Ketama sono come l’acqua e il fuoco. Polarmente opposti su quasi tutto, sono però due talenti unici che si completano alla perfezione. Uno è l’autore più forte che ci sia al momento, mentre l’altro è, a mio avviso, il rapper italiano con il migliore istinto per il suono e la musicalità. Le volte che sono riuscito (non senza qualche resistenza) a incastrarli sulla stessa base, sono sicuramente tra i momenti più alti della mia discografia. Inoltre questa è una delle tracce del disco nelle quali mi rispecchio di più a livello di contenuti: è un inno agli sbandati e ai perdigiorno, figure spesso bistrattate ma fondamentali per le arti. Io ho marciato a lungo nelle loro fila, e considerando come sono andate a finire le cose, non me ne pento. “Buono a nulla” però parla anche del rifiuto e del senso di alienazione provocato dalla dimensione artificiale e spersonalizzante del “successo” mediatico, fatto tanto di soddisfazioni e adrenalina quanto di superficialità e opportunismo.

Per quanto riguarda la produzione, ho cercato di unire delle atmosfere malinconiche e sospese tipicamente franchiane, a dei riff di chitarra elettrica che ormai sono il marchio di fabbrica di Ketama.

Quello di “Caffè Illy” è un testo estremante denso e pregno di significati, ma l’aspetto che mi piace di più della canzone è la maniera in cui Asp tratta il paradossale rapporto tra la dimensione locale e quella globale, che ormai fa parte della vita di tutti. Crescendo in un contesto fortemente locale (ancora oggi evito di spingermi oltre Trastevere a meno che non sia assolutamente necessario) ma con un bagaglio di influenze, suoni e impressioni provenienti soprattutto da contesti lontanissimi dal mio, sia a livello geografico che sociale, conosco bene questa sensazione. Il rap italiano penso ne sia una delle espressioni più caratteristiche: un linguaggio importato e riadattato (spesso in maniera tutt’altro che efficace), che tuttavia ha finito per diventare uno degli strumenti più apprezzati per raccontare anche le realtà più marginali.

Oltre a offrire l’occasione per abbinare su la stessa traccia Franco e Solero (cosa rarissima fino ad oggi), “Mille scuse” è il mio tentativo di uscire il più possibile dai miei canoni stilistici abituali. È il beat più minimale che abbia mai fatto: nelle strofe ho rinunciato completamente e a cassa e rullante affidando tutta la ritmica alle percussioni e al “cowbell” dell’808, un classico della musica elettronica, nonché uno dei miei suoni preferiti. Il ritornello invece ricorda la garage inglese, uno stile che amavo già da ragazzino. Penso anche che sia uno dei pezzi più emotivi dell’album, e considerando la coppia che ci canta sopra, non c’è da stupirsi.”

Ascolta “Cuore Sangue Sentimento” di Drone126, disponibile su tutte le piattaforme streaming.

By HHT & Drone126

Segui HipHopTender su InstagramFacebook, SpotifyYoutube